Nature

Un'idea geniale

pubblicato da Tony Fornero il 2024-03-28

Seduto su uno sgabello costruito con gli assi dei pallet, Nicola, basso di statura, ma con il tronco del corpo che era un armadio, le mani che stringevano come una morsa, aveva acceso una vecchia stufetta in ghisa grezza con le gambe posteriori diritte. Le anteriori sagomate con grazia, imbruttivano la linearità della nuova canna fumaria in lucido acciaio. La canna saliva al basso soffitto del garage, svoltava ad angolo e usciva dal buco sulla porta per dispensare aromi non proprio gradevoli ai nove piani del caseggiato popolare.

Quegli inquilini tolleravano i fumi che uscivano dal suo garage perché “Nicò”, così lo chiamavano, era un brav’uomo di cinquant’anni con figli e moglie a carico. Era vissuto in una famiglia di pescatori a Santa Maria di Leuca e, dopo aver assolto il servizio militare, aveva cacciato in una valigia qualche indumento, alcune salsicce piccanti, un caciocavallo, pagnotte ed era partito per il Nord Italia. Destinazione: Torino Mirafiori, un “Paradiso” in quei tempi per gli abitanti del suo paese. A Torino aveva trovato ospitalità presso compaesani e in breve tempo il lavoro in una azienda che stampava particolari in lamiera per la “mega-ditta” di un avvocato. Aveva lavorato in quell’azienda per oltre trent’anni, o poi era stato sbattuto fuori, come tutti gli altri suoi compagni di lavoro. Ora viveva con gli aiuti statali e pescava dalla buonuscita che i padroni gli avevano “elargito”, per sciacquarsi la coscienza. Era in attesa della pensione, ma ad ogni cambio della politica, slittava in avanti nel tempo.

“Nicò” aveva provato, invano, a trovarsi un nuovo lavoro e allora nel suo garage aveva iniziato a riparare piccoli elettrodomestici, per cimentarsi poi con le lavatrici. Eseguiva riparazioni elettriche e idrauliche. Quando la lavatrice era da buttare, così come altri apparecchi di uso domestico, recuperava il motore e quello che sarebbe potuto servire per altre riparazioni.

Non si lamentava mai, era un uomo felice, seppur in quella condizione. Unico rammarico: parcheggiare la vecchia Panda in strada per fare spazio alla sua nuova attività.

”Nicò” era diventato famoso nella fila dei caseggiati della zona perché, oltre a risolvere ogni guasto, faceva pagare ai suoi clienti: il costo dei materiali sostituiti, dimostrati con tanto di scontrino, mentre la sua mano d’opera era a loro discrezione. Nel garage, poi, c’era una grande latta del caffè vuota, sul coperchio una fessura e un foglietto che cambiava la scritta di volta in volta. Quel giorno recitava: “Per aggiustare la carrozzella elettrica di Maria”. Un’altra volta: “Per rifare le porte del campo sportivo e comperare reti nuove”.

Non pensava solo a beni di estrema necessità perché diceva che, se non si “sostenessero” anche cose non strettamente necessarie, quel quartiere sempre più povero, sarebbe diventato anche il più squallido. E quel bidoncino si riempiva pian piano di monetine, ma non erano rari anche biglietti di una certa taglia.

Un giorno era arrivato l’inquilino del terzo piano con un vaso portafiori rotto in tre pezzi che lui stesso aveva già provato a incollare, un oggetto vecchio e sbeccato in diversi punti, di nessun valore, ma così non era per il suo possessore che si era dilungato in un racconto, anche commovendosi. Dietro quella triste storia “Nicò”, intenerito, glielo aveva aggiustato.

Non l’avesse mai fatto! Incominciarono ad arrivare nel garage oggetti in vetro, ceramica, maiolica che lui riusciva, quasi sempre, a riparare.

Quel giorno Piera gli portò una tazzina da caffè nuova, nemmeno bella, con il manico rotto. E volle che gliela aggiustasse, a qualunque costo, senza spiegarne la ragione. Lui non stette a discutere, le disse di lasciala lì e che l’avrebbe incollata.

Uscita Piera, “Nicò” si sedette sullo sgabello, mise la tazzina davanti a sé sul banco da lavoro, vide che il manico “copiava” perfettamente alla tazzina. Non ci sarebbero stati problemi a incollarla. Fissò la tazzina e si ricordò che da giovane, a Santa Maria di Leuca, il caffè gli veniva di solito servito dal barista con la mano destra. Lui invece di girarla per prenderla con la “sua” mano destra, diceva di cambiargliela con un’altra che avesse il manico a destra. Fatto che suscitava sempre l’ilarità del barista perché quella richiesta l’aveva già avuta mille volte.

Incollò quindi il manico alla tazzina, ma non smetteva di fissarla, e fu così che gli venne l’idea meravigliosa: “Se incollo un altro manico al lato opposto della tazzina, ne ottengo una per quelli che la … vogliono a destra e per quelli che la vogliono a manca, e poi, e poi chi trema può prenderla con entrambe le mani, no?”

Ritornò subito in sé e stabilì che fosse una fesseria. Facendo altri lavori pensò alla imminente festa annuale del quartiere durante la quale, oltre ai banchetti con costine di maiale e salamelle, si racimolavano quattrini con varie iniziative, per i più bisognosi.

Durante la notte, però, non riuscendo a prender sonno a causa di quella strana idea, decise che avrebbe cercato due tazzine uguali e una l’avrebbe sacrificata per recuperargli il manico da incollare sull’altra. E, finalmente, il sonno arrivò.

IL mattino dopo, di buon’ora, provò con tazzine che aveva in casa la moglie, senza dirglielo, e la prova fu perfetta. Prese la Moka che borbottava sulla stufa, stava per versare il caffè nella solita tazzina, ma, “Perché no” si disse, e quel liquido fumante riempì la tazzina con i due manici contrapposti.

L’aroma che saliva nel filo di fumo ondeggiante era da favola, invitante, ma lui era bloccato. “E se questa idea la brevetto? Forse è troppo un brevetto, comunque sarebbe originale. Come modello d’utilità potrebbe essere accettato, e allora … potrebbero anche arrivare soldi, soldi, soldi. Ma non li terrei tutti per me”. Gli passarono davanti alla mente, come le piccole scritte in basso nei film, tutte le cose alle quali aveva dovuto rinunciare. La prima che avrebbe fatto … ritornare a Santa Maria di Leuca, aggiustare la casa dei suoi genitori e comperarsi, nooo!!! non uno yacht o un elicottero, ma una piccola barca da pesca. “Nicò” prese con due mani la sua tazzina e bevve quel caffè ormai freddo senza nemmeno accorgersene.

Sparse la voce per l’idea avuta e il garage fu invaso da tazzine da caffè di tutti i tipi alle quali lui aggiunse un manico. Le fece decorare da persone del quartiere che già avevano quell’ hobby, e in quel garage un centinaio di tazzine era pronte per essere messe all’asta alla festa del rione.

Dei tre figli di “Nicò”, l’unico che aveva proseguito gli studi e si era laureato in ingegneria civile, aveva trovato lavoro in un’azienda italiana che costruiva ponti in Africa, in quel periodo a Dubai. Era stato assunto, momentaneamente, come semplice impiegato, in attesa di un posto adatto alla sua professione. In quei giorni era ritornato in Italia, e subito il padre gli aveva fatto vedere la sua invenzione. Rimase colpito da quella tazzina buffa e, purtroppo, si ricordò di aver già visto tazzine con due manici su riviste di architettura che leggeva in biblioteca, e che erano state progettate da un architetto, o designer, del quale non ricordava il nome.

«Papà, non offenderti, non hai inventato niente.».

“Nicò”, sbigottito, chiese:

«E allora, chi le avrebbe mai inventate?».

Il figlio gli disse ciò che si era ricordato, e lui:

«Pazienza!».

In quella persona onesta e semplice, quei titoli da film che erano passati davanti alla sua mente, ripassarono nuovamente, ma all’indietro. Si riprese e disse: «Figlio mio! se ti sbagli ad aprir bocca prima che siano battute all’asta …» e lo abbracciò da spezzarlo in due.

Le tazzine “ambidestre” furono tutte battute all’asta con “NIcò” in veste di banditore, e si ricavò una somma di gran lunga superiore alle previsioni.